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LA BOHÈME di Giacomo Puccini |
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16 gennaio 2010 ore 20.30 17 gennaio 2010 ore 17.00 18-19-20 gennaio 2010 ore 20.30
Produzione Fondazione Petruzzelli direttore / Antonino Fogliani regia / Boris Stetka scene e costumi / Tommaso Lagattolla light design / Valerio Alfieri
mimì / Donata D’Annunzio Lombardi (16-18-20 gennaio 2010) / Erika Grimaldi (17-19 gennaio 2010) rodolfo / Vittorio Grigolo (16-18-20 gennaio 2010) / Giuseppe Talamo (17-19 gennaio 2010) musetta / Manuela Bisceglie (16-18-20 gennaio 2010)/Teresa Di Bari (17-19 gennaio 2010) marcello / Dalibor Jenis (16-18-20 gennaio 2010) / Alessandro Battiato (17-19 gennaio 2010) colline / Deyan Vatchkov
Da una fonte letteraria nata all’insegna del bozzetto e della disomogeneità strutturale (le Scènes de la vie de Bohème di Henri Murger) Illica e Giacosa riuscirono a trarre, non senza fatica, un libretto coerente cui misero mano anche Giulio Ricordi e Puccini conferendo compattezza e circolarità all’insieme (l’ambientazione ‘In soffitta’ apre e chiude l’opera). Tanto tormentata fu la gestazione del libretto di Bohème, quanto rettilinea l’intonazione da parte del compositore, angustiato soltanto dalla rivalità con Leoncavallo impegnato sullo stesso soggetto. Ad eclissare questa misconosciuta Bohème (Fenice 6 maggio 1897) non fu l’approdo alle scene in seconda battuta (Puccini rappresentò la sua al Regio di Torino il 1 febbraio 1896) quanto l’incapacità di distanziarsi dalla fonte e dalla sua dispersività nociva all’efficacia scenica. Puccini, al contrario, puntò alla fluidità drammaturgica attraverso l’impiego raffinato della tecnica del Leitmotive (che articola quasi interamente il IV quadro). L’intreccio delle reminiscenze – o per dirla con Puccini dei «ritorni logici» – qui fa tuttavia pensare più a Bergson e alla sua concezione del tempo psichico che a Wagner. Del resto Bohème è una storia priva di evoluzione che accompagna lo scorrere della giovinezza (interrotta dall’esperienza traumatica della morte) di un gruppo di giovani talentuosi e squattrinati in un contesto di quotidianità grigia. Il gioco di ritorni tematici (con opportune, sottili metamorfosi) diventa così congeniale a una concezione, estremamente moderna, del tempo interiore, soggettivo, non lineare.
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