Questa è la storia più strana che abbia mai sentito. Stento ancora a crederci, ma sarei disonesto se non ve la raccontassi. M’avevano commissionato un pezzo per l’inaugurazione della stagione lirica del teatro Petruzzelli. Con uno strano senso di mistero nel cuore, accettato il lavoro, tornai a casa e mi misi a buttare giù alcuni appunti, riempiendo qualche foglio disordinatamente. Poi, fatta una palla con quei fogli, la gettai nel camino. Avevo bisogno di passeggiare, seguire o un’idea, o fuggirne un’altra. Così, riempita d’acqua la ciotola del mio cane, un pastore del Caucaso grosso e giallo, Febo, m’apprestai ad uscire. Febo si mise davanti alla porta. «Sta buono: vado solo a fare due passi» dissi accarezzandolo. Lui ringhiò dolcemente per farmi capire le sue intenzioni. Lo portai con me: non mi piace discutere con chi è più forte. Camminammo nella notte, umida e calda come una palpebra, era dicembre ma un vento tiepido portava dal mare odore di sale e rosmarino. Camminammo. Febo cominciò a tirare e io, sapete, lo seguii. Arrivammo davanti al teatro Petruzzelli. Tutto era silente, le luci spente, stava per albeggiare. «Giusto» dissi al mio amico. Vediamo se mi viene qualche idea migliore di quelle che sono andate a finire nel fuoco. M’accesi una sigaretta e sedetti ad una panchina. La luce della notte pareva indovinare il sole dietro il mare, i contorni erano attraversati da un’aria trasparente, non spettrale, ma adatta nel caso agli spettri. «Non vuol dirci nulla, eh?» dissi a Febo che mi leccò la mano sdraiandosi sotto di me sbuffando. «Eppure potrebbe anche suggerirci qualcosa» dissi ancora guardando il teatro «se ne sta lì, statico, immobile» Febo chiuse gli occhi e cominciò a ronfare. Niente, non vuol dirmi nulla, pensai guardando il teatro. Poi qualcosa attirò la mia attenzione, fu solo un istante: mi sembrò un abbaglio, un riflesso. Mi alzai e guardai meglio verso le finestre del primo piano, dal lato di via Alberto Sordi. Non m’ero sbagliato: dopo una finestra, una candela lumeggiò in un'altra e si fermò dietro i vetri per qualche secondo. Scossi la testa e, svegliato Febo, me ne tornai a casa.
«Vorrei fare un sopralluogo durante le prove, mi serve per descrivere meglio una certa idea» dissi il giorno dopo in Fondazione. Mi indicarono l’ora adatta per il sopralluogo. «Ieri deve essere andata via la luce nel teatro, verso l’alba» dissi andando via. «Come?» mi chiesero. «Passavo di lì per caso, e ho visto una candela al primo piano, il custode, forse» spiegai. «Non è possibile, l’avremmo saputo» risposero, chiedendosi forse il motivo per cui vedevo candele all’alba. Salutai ed uscii. Quel pomeriggio andai alle prove. Presi posto in una poltrona, nelle ultime file. Guardai il palcoscenico. Un brivido m’attraversò la schiena. E’ un brivido che provo quando la combinazione è giusta. E’ un brivido che vuol trovar sfogo nelle lacrime, mozzando il fiato: una cosa che mi fa vergogna, soprattutto in compagnia d’altri. L’ho provato vedendo il ratto di Proserpina del Bernini - la mano che penetra nelle carni marmoree della fanciulla - l’ho provato leggendo le parole di Leandro a Ero - cetera nox et nos et turris conscia novit - nelle Heroides di Ovidio, lo provo ascoltando la Mazurka 41 di Chopin. Ognuno ha le sue fisse. E’ la combinazione giusta. Per questo è meglio accostarsi intimamente all’arte: per una questione pratica e prosaica, per non farsi vedere commossi dagli altri. E così, seduto in quella poltrona, provai lo stesso brivido guardando i preparativi della Turandot, con la scalinata che porta verso il mondo immaginario del fondo, lo provai pensando alla gente che avrebbe accolto le immagini e le note di lì a breve. Ero così sprofondato nei miei pensieri che non m’accorsi d’una bambina bionda, seduta accanto a me. Aveva questa bambina occhi chiari e luminosi, perlacei, e un abito di velluto verdastro. Mi stava osservando con quegli occhi suoi strani. «Il tuo papà t’ha portato a vedere come lavora?» le dissi leggermente a disagio. «E il tuo cane non l’hai portato?» mi rispose lei imperturbabile. «Il mio cane?» dissi guardandola. «A me piacciano i cani. Non devi aver paura di lui, è buono, anche se ha un carattere…» disse fissandomi con quegli occhi perlacei. «Ma come sai che io ho un cane…» risposi senza badare all’assurdità della conversazione, come accade quando si parla veramentecon i bambini, senza fare i grandi. «Vuoi vedere il mio cane?» chiese lei. «Il tuo cane?» risposi. «Ma lui non è come il tuo, è più piccolo, vieni» disse alzandosi e facendomi segno di seguirla. Il teatro era pieno di gente, molti mascherati, alcuni con una testa finta in mano, alcuni vestiti da cinesi, c’erano altri bambini, qualcuno cantava, elettricisti, tecnici, insomma, nessuno badava a me. Decisi di seguire la bambina dagli occhi perlacei. Prendemmo uno dei corridoi che danno accesso alla prima fila dei palchi, sulla destra, ed entrammo in un palco. La bambina s’affacciò al palco per accertarsi che nessuno ci vedesse e mi fece segno di abbassarmi: alzò una poltrona sotto cui vi era una botola. L’aiutai ad aprirla e la seguii giù per delle scale ripide che correvano sotto la botola. Dovevamo essere finiti in una sorta di passaggio di servizio del teatro, forse chiuso dopo i lavori, una strettoia buia e curva, immaginai che seguisse il perimetro dei palchi. Mentre seguivo gli evanescenti riflessi verdastri del velluto con cui era vestita la bambina – non vedevo altro – sentii una musica. Siamo vicini al palcoscenico, pensai, ma, ascoltando meglio, capii che non era la Turandot. Arrivammo in un ambiente più largo: un lucore dava le proporzioni del luogo, sembrava che fossimo arrivati proprio alle spalle del palcoscenico. «Ma dove siamo?»chiesi alla mia guida «Quello sciocco! Quando lo cerco non c’è mai» disse guardandosi intorno «Chissà dove si è andato a cacciare. Vieni!» disse tirandomi da un braccio. Continuammo a camminare per corridoi scuri, imboccando incroci e salendo scale: mi sentii smarrito, per un attimo ebbi la forte sensazione che stessimo camminando a testa in giù e mentre salivamo per delle scale in realtà stessimo scendendo. Fermai la bambina. «Mi dici dove diavolo siamo?» chiesi spazientito. Era sempre molto buio, una penombra in cui si distinguevano, anzi, si presagivano le nostre sagome. «Volevo farti vedere il mio Pluto, ma è un cane così dispettoso» rispose voltandosi e guardandomi nell’ombra «Vuoi?» disse. «Facciamo presto…» risposi gelando fin nelle ossa. Forse fu il buio del labirinto, o forse lo strano colore dei suoi occhi in cui si rifletteva quella luce diffusa: per un attimo, guardandola in volto, ebbi la sensazione che al posto degli occhi avesse due perle, grigie e sofisticate, con riflessi argentei, riflessi ciechi. «Andiamo» disse. La seguii ancora. Continuammo e finalmente incontrammo qualcuno. Erano ragazzi e ragazze molto indaffarati, biondi, così mi parve, con occhi di madreperla lucente e schivi come conchiglie marine: non appena li incrociavamo, imbarazzati, cambiavano bruscamente direzione. «Lavorano anche loro al teatro» mi spiegò la bambina. Finalmente si stancò di cercare Pluto «Uffa, torniamo» disse prendendo un corridoio. Trovammo una scala e salimmo. Riconobbi la scala attraverso cui eravamo entrati nelle intercapedini. Arrivati alla botola la spinsi e fummo finalmente nel palco. La calda luce dei velluti e delle dorature mi accolse come accoglie un naufrago un buon porto. «Ma dove caspita siamo stati prima?» chiesi rincuorato alla bambina. Lei mi sorrise e indicò con un cenno del capo il teatro. Mi voltai: erano andati tutti via. Sentii la musica che avevo sentito laggiù, più forte. Tra i palchi notai qualcuno di quei ragazzi biondi e schivi, alcuni parlavano sul palcoscenico. «Siamo così contenti» disse la bambina «sapessi quante volte abbiamo provato da soli, senza nessuno che ci venisse ad ascoltare, adesso finalmente il nostro lavoro non resterà chiuso nella memoria» La guardai senza capire. «Ci piace quello che facciamo» continuò lei «ma se quel sipario non s’apre» disse indicando il sipario chiuso «non possiamo vedere dall’altra parte, non possiamo vedervi e voi non potete vedere noi» Mi guardai ancora intorno, guardai il teatro vuoto, provando una sensazione d’inconscia specularità e simmetria. «Cosa vuoi dire?» chiesi sorridendo. «Aspettavamo da tanto tempo che s’aprisse il sipario per guardare le stelle brillanti che sono gli occhi del pubblico a teatro» disse lei «ora finalmente potremo vederle, magari qualcuno di noi riuscirà pure a intrufolarsi dall’altra parte…sempre che sulla poltrona della botola non si sieda una signora troppo pesante!» disse scoppiando maliziosamente a ridere. Le carezzai il capo, era una bambina simpatica, d’una particolare simpatia. «Adesso vai, la conosci la strada, no?» mi disse. Annuii. «Dai il benvenuto a tutti quanti, non dimenticarti!» gridò mentre mi voltavo per salutarla. Uscii in strada e respirai profondamente godendo il trambusto del traffico serale. Tornai a casa e scrissi subito quello che m’era capitato. Questa è la storia, credetemi, è vera, e se proprio non riuscite a farlo, guardatevi intorno a teatro: magari quando smorzano le luci vi capiterà d’incrociare lo sguardo perlaceo di qualcuno seduto accanto a voi.